Seven Curses

Qualche anno fa è uscito un cofanetto di canzoni di Dylan che non avevano mai trovato spazio sui suoi album. Quel giorno, alcuni dicono d’aver sentito gli angeli cantare – il cofanetto strabocca di capolavori.

Fra i quali, questo pezzo qui. Che è soprendentemente simile ad un pezzo di quel copione talentuoso di De Andrè. Solo che mentre il pezzo del “nostro” è piuttosto triste, questo è semplicemente straziante.

I vecchio Riley rubò uno stallone
Ma venne catturato
E lo stesero sul pavimento della prigione
Con una catena al collo.

Alla figlia del vecchio Riley giunse la voce
Che suo padre sarebbe stato impiccato
Cavalcò nella notte ed arrivò al primo sole
Portando con se oro ed argento.

Quando il giudice vide la figlia di Riley
I vecchi occhi sprofondarono nella sua testa
Disse “L’oro non libererà tuo padre,
Il prezzo, mia cara, sarai tu.”

“Son bello che morto”, disse Reilly.
“E’ solo te che vuole
E la mia pelle si accapponerebbe so solo ti sfiorasse
E allora monta a cavalca via”.

“Ma padre, di sicuro tu morrai
Se non dovessi tentare
E se non pago questo prezzo e ascolto il tuo consiglio.
Per ciò, dovro restare.”

L’ombra della palafitta scosse la sera
Nella notte un cane ululò
Nella notte la terra rantolò
Nella notte il prezzo fu pagato.

Al mattino lei si risvegliò
Per scoprire che il giudice non aveva parlato.
Vide quel ramo pendente.
Vide il corpo spezzato di suo padre.

Ed ecco sette maledizioni sul giudice così crudele:
Che un dottore non possa salvarlo,
Che due guaritori non possano guarirlo,
Che tre occhi non possano vederlo.

Che quattro orecchi non possano sentirlo,
Che cinque mura non possano nasconderlo,
Che sei becchini non possano seppellirlo,
E che sette morti non possano ucciderlo.

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9 commenti

Archiviato in Musica

9 risposte a “Seven Curses

  1. Roberto Pardini

    Non sono assolutamente d’accordo con chi definisce De André un copione talentuoso! Lo dico con forza rivendicandone sia le date di nascita dei due, sia la diversità nell’opera di De André, che per complessità musicale e ricerca lirica è di molto più politicamente scorretta e controcorrente rispetto ai quattro accordi pedissequi e ripetitivi usati da Dylan. Sia chiaro amo Dylan e da anni non sospetti, non sono un estimatore dell’ultima ora, dopo il film o perché scoperto casualmente su un sito web. Sono entrambi dei mostri sacri, tanto da studiarne l’opera nelle scuole al posto di altro cialtrume che viene propinato ai nostri figli. Sono partiti da lingue e nazioni che, nel caso del nostrano menestrello, ne hanno limitato la diffusione e la traduzione. Ma a parte questo invito quanti non ne siano a conoscenza a indagare l’intera opera De Andreiana e non sottovalutarne il valore sia musicale e di sperimentazione, quanto quello di pura e importante operazione letteraria e poetica.

  2. Matan

    Caro Roberto,
    Sono sostanzialmente d’accordo con te e la mia era soprattutto una boutade. (Anche detta bouttanade).

    De Andrè è sicuramente una delle cose più belle ad emergere dalla scena musicale italiana degli ultimi 50 anni.

    Il mio è un piccolo sassolino nella scarpa che mi porto dietro da tutte le volte in cui ho dovuto dire (addirittura convincere!) che: Il Gorilla (Brassens), Suzanne (Cohen), Via della Povertà (Dylan) ed altre non sono farina del suo sacco.

    Ma se il Nostro avesse scritto anche solo “La Ballata Dell’Amore Cieco” a me basterebbe!

    p.s.Però non posso essere d’accordo quando dici che la ricerca lirica di De Andrè è più controcorrente di quella di Dylan.

  3. Roberto Pardini

    Caro Matan. Inutile citarti allora la lista degli album di De Andrè che esordisce nel 1958 (Dylan nel 61) oltre che con collaborazioni precedenti con Tenco e vari artisti dell’underground italiano.
    La buona novella – Non al denaro non all’amore nè al cielo – Storia di un impiegato – Creuza de mä – Le nuvole – Anime Salve – Rimini… sono solo alcune tra le cose che ha scritto assolutamente, almeno nel senso che gli do io…(e si parla di canzoni scritte in un Italia bigotta, democristiana e clericale, fai attenzione…non nell’America che in fondo è sempre stata più liberal) Per questo dico più controcorrente. Contestualizziamo le cose, per favore. Per non parlare di bocca di rosa…che fu censurata da vaticano e che non potè essere trasmessa né in radio né in televisione per svariati anni. Non so se Dylan ha patito tali censure, ma non ricordo. Sicuramente scomodo anche in America, ma censurato la vedo dura. Per questo ho detto quel che ho detto. Comunque un saluto e sappi che la polemica è il sale della vita.

  4. Roberto Pardini

    Dopodiché so benissimo che alcune canzoni di De Andrè sono testi e musiche scritti da altri, dallo stesso Dylan, di cui lui peraltro era chiaramente un estimatore, ci mancherebbe. Intendevo solo dire che trovo De Andrè più profondo, liricamente intendo.
    Lo trovo anche più colto, nel senso proprio del termine, con un uso della lingua italiana che fa invidia ai linguisti. E sperimentatore delle sonorità sarde e genovesi, con le quali ha scritto molte cose.

  5. roberto pardini

    TITOLO: Avete fatto male ad invitarmi!

    Scherzo ma mi piace talmente questo post di Matan, che proprio non ce la faccio a non polemizzare (in senso buono) e ri – aggiungo:

    Perchè parlavo di contestualizzare l’opera si a di Dylan che di De André?
    Intanto perchè il “contesto” è importante, anzi fondamentale, proprio per la creazione culturale e l’evoluzione di qualsiasi artista. Ma soprattutto tra questi due, di fatto contemporanei, simili, spesso citati quasi gemellati. Uno in America, uno in Italia. E dico:
    Mentre Dylan, si intratteneva amichevolmente, ma anche culturalmente, assimilandone la linfa vitale e rivoluzionaria da peronalità come: Andy Warhol – Allen Ginsberg – Leonard Cohen – Jack Kerouac – Woody Guthrie e il figlio Arlo..oltre che registi, intellettuali, artisti vari della “beat generation”, ma intendo proprio frequentazioni assidue, di amicizia e formazione. Beh! Dico…nel frattempo nell’Italietta di De Andrè…c’era poco o nulla di questi fermenti, nati lì…e spesso ignorati, se non dalle letture semiclandestine che potevano girare. Ma certo difficile per uno di noi, andare a cena con Ginsberg e farsi quattro chiacchiere su rivoluzione semantica, o spazi alternativi di linguaggio espressivo.
    Quindi, per il povero De André lo scenario intorno era davvero desolantemente conservatore e vecchio.
    Una lancia in più quindi da spezzare per lui, che in cotanto contesto e senza la complicità e lo sprone sopra citati, ha fatto della canzone italiana poesia rivoluzionaria. Alla faccia di tutti e tutto! Chiudo con una provocazione della Pivano: E’ ora di finirla col definire De André il Dylan italiano…cominciamo col dire, Dylan: il De André americano. Un saluto a Matan. Sempre così vai!

  6. Matan

    Figurati, io parlerei per ore di questa robba!

    Capisco il tuo punto di vista e hai sicuramente ragione quando metti in evidenza il fatto che in Italia la scena era piuttosto desolante. (Nel 1964 Claudio Villa vince Canzonissima con “Granada” mentre in Inghliterra i Beatles hanno il loro #10 primo posto in classifica con “Paperback Writer”)
    E anzi, ti ringrazio per aver aggiunto un altro “strato” al mio apprezzamento di De Andrè.

    Per cui, senz’altro una lancia (anche due) vanno spezzate – (anche se non è che De Andrè fosse proprio solo…di cantautori di spessore in quegli anni ce n’è più d’uno.)

    Ma io credo che la portata rivoluzionaria di Dylan – anche e soprattutto nei testi – non sia seconda a nessuno. Pezzi come “Chimes of Freedom” e “It’s Alright Ma” li trovo anni luce avanti a qualsiasi altra cosa fatta in quegli anni.

    Ma ammetto che a me Dylan è decisamente culturalmente più affine (a proposito di contesto) e riesce ad entrare in certi posti dove De Andrè non passa.

    Probabilmente se ci fosse un Francese ci direbbe che il vero rivoluzionario è George Brassens!

    Ma mi fa piacere sapere come la pensi. Non mi ha fatto cambiare idea – credo ancora che fra i due Dylan sia il più innovativo – ma m’è venuta voglia di riascoltarmi De Andrè!

    Ciao Roberto, spero di ritrovarti da queste parti!

  7. Roberto Pardini

    Ok Matan. Ha fatto piacere anche a me, sono questi gli scambi che arricchiscono la mente.
    Ed era proprio di questi scambi che parlavo anche a proposito del mio adorato Fabrizietto.

    Dylan era e resta un genio senza alcun dubbio, io l’ho amato da prima di te (per evidenti motivi di età) quindi non mi devi convincere della bontà innovativa della sua poetica.

    Ma credo anche che non sia solo farina del suo sacco, ma appunto di quel fermento che ha vissuto insieme all’onda culturale nella quale si è trovato.

    Che lui ha intelligentemente, attraverso la sua immensa sensibilità, metabolizzato e sintetizzato in opere di valore estremo… evergreen.

    Altri contemporanei a lui…facevano canzonette country o amenità…varie.

    Onore a Dylan sempre. Ci mancherebbe.

    baci Rob

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