(non) ce ne importa un ciufolo

Riporto questa lettera di Alessandro Anniballi, direttore del coro Orazio Vecchi. Era nella sezione contatti di questo blog e mi era sfuggita. Mi sembrava giusto “metterla davanti” in bella mostra.

Cari amici,
vi invio una risposta redatta per la superficiale intervista del venerdi di Repubblica di qualche settimana fa al maestro Muti. Credo che tale risposta sia in sintonia con il vostro scritto sul compositore (bah!?) Allevi.
Compimenti per il blog e per il vostro lavoro!

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A volte i famosi Maestri, la cui ricca vita musicale si svolge soprattutto sui sontuosi podi delle più grandi orchestre del mondo, perdono di vista il reale significato di formazione ed educazione musicale dei giovani.
L’impegno didattico di questi divi della direzione si esaurisce per lo più nel collaborare con orchestre giovanili formate da strumentisti severamente selezionati e già molto avanti nello studio. Ho avuto occasione di leggere sul Venerdi di Repubblica l’intervista fatta al maestro Riccardo Muti e ne sono rimasto spiacevolmente sorpreso. In mezzo ad analisi e osservazioni condivisibili ci sono una serie di luoghi comuni e affermazioni troppo generiche per convincere chi si occupa da trentacinque di educazione musicale. E tra queste ce ne era una particolarmente illuminante, espressa più o meno con le seguenti parole: “finché avremo pletore di pifferi miagolanti…non potremo certo parlare di educazione musicale” Chi, come il maestro Muti ricopre un ruolo tanto importane nel panorama internazionale musicale non può permettersi di distrarsi lasciando cadere affermazioni tanto generiche e superficiali. Vorrei ricordare al maestro Muti che, come diceva in uno dei suoi ultimi seminari a Roma un grande genio della direzione d’orchestra, Sergiu Celibidache: “…non è lo strumento in sé ad essere opportuno o meno, ma come lo si affronta e quale intelligenza timbrica, quale senso musicale escono da esso… “. Non esistono strumenti nobili, di prima categoria e strumenti nefasti che in quanto tali diseducano l’orecchio del fanciullo. Se così fosse dovremmo spaccare sulla testa di ogni giovane violinista il suo strumentino per i lamenti insopportabili che esso produce all’inizio del percorso di studio o fuggire ai primi tentativi di un oboista che spinge invano, mangiando l’ancia, producendo suoni strazianti. Gli inizi sono duri per tutti, per chi studia e per chi ascolta. Questa è la logica di ogni serio percorso di studio propria a tutti coloro che intraprendono un itinerario artistico. Inoltre è bene ricordare l’importante posto che il Flauto dolce barocco ha occupato nelle didattiche più avanzate. Quelle di paesi che vantano una cultura musicale di primo ordine come la Germania, l’Austria, l’Ungheria. Basti pensare all’Orff-Schulwerk o al metodo Dalcroze o ancora al meraviglioso progetto educativo di Z. Kodaly.
Ne potrei citare ancora decine e decine. In tutti questi progetti il ruolo del flauto dolce barocco è fondamentale così come lo è quello degli ensemble composti dai diversi rappresentanti di questo tenero e tanto umano strumento. E non è inutile ancora ricordare che il flauto dolce è stato protagonista insuperato di tutta un epoca che va dal Medioevo al Barocco. Musicisti come Michel Praetorius, Benedetto Marcello, Antonio Vivaldi e lo stesso J. S. Bach nelle loro opere hanno affidato parti considerevoli a questo strumento. Così come i più grandi compositori del Novecento hanno riscoperto la vulnerabile bellezza di questo strumento. Per capire l’importanza che il flauto dolce ha avuto nella storia basti pensare ad alcuni affreschi del trecento o a dipinti del cinquecento dove troviamo rappresentati i felici ensemble di bloeckfloete. La stessa generosa SIFD, la Società italiana di Flauto dolce, a partire dagli anni’ 70, promosse una efficacissima opera di educazione musicale, proprio attraverso il flauto dolce.
In quei lontanissimi anni si formavano vere e proprie orchestre dei tanto biasimati strumenti. Io stesso, dopo il diploma, ho incontrato la magia del flauto dolce e l’estrema complessità del suo studio che mi teneva impegnato quotidianamente per ore e ore. Ancora oggi, pur nel deserto culturale che ci opprime, eccellenti “missionari” della musica promuovono incontri di studio e seminari, rivolti a giovani e adulti.
Sono trentacinque anni che insegno felicemente Musica nella scuola dell’obbligo. Provengo da una formazione conservatoriale di pianista e compositore e ho trovato una enorme gioia nell’insegnare ai giovani dagli undici ai quattordici anni la bellezza di cercare e poi scolpire il suono del più antico strumento inventato dall’uomo ad imitazione della natura. Questi giovani hanno amato e continuano ad amare il flauto, comprendendone l’estrema vulnerabilità e apprezzandone la sua immensa letteratura. Molti di loro sono oggi insegnanti di musica in scuole italiane e straniere, altri suonano nei più diversi gruppi musicali, ma ciò che mi sembra veramente importante è che per tutti loro la Musica è diventata parte essenziale della vita e strumento di comprensione dell’animo umano.

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