Archivi del mese: ottobre 2013

Genio

Che cos’è il genio? Monicelli dette una famosa risposta. Ma, anche in quel caso, rimase qualcosa in controluce che io vorrei esplicitare. Non so cosa sia esattamente il genio ma credo fermamente che nel genio siano presenti in gran quantità categorie come l’inutilità, la gratuità, la leggerezza (gli espertoni dicono “pensiero laterale”). Ne parlai qui.

Stamane ho visto questo e la giornata ha preso una piega improvvisamente strepitosa, tnx Matan.

Mi preme segnalarvi non sequitur un blog di un amico che dimostra nella prassi e nella storia quanto appena detto riguardo al genio, cosa che io posso confermare per lui in persona.

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The bus

alcune stupende e surreali vignette di Paul Kirkner

tante altre qui

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l’epoca delle forme

Porto-Fluviale

Nel ragionare si può partire da grandi astrazioni e volta per volta -con movimento dall’altro verso il basso- intercalare i pensieri in ogni articolazione particolare della realtà oppure fare il contrario: partire da dettagli e intravedere più avanti, uno schema più vasto e generale. Questa seconda strada è evidentemente rischiosa quindi è con una certa dose di avventatezza che vorrei partire da quello che per esempio è l’arredamento dei nuovi ristoranti che vedo aprire sempre più spesso (la recessione porta noi occidentali a concentrarci esclusivamente sul cibo) e che mi dà sempre da pensare. Mi avventuro in pericolose etichette: è tutto fondamentalmente country-chic, un po’ shabby, spessissimmo provenzale, rigorosamente di modernariato -sempre finto-, sufficientemente disimpegnato ma per nulla ironico. Anche i ristoranti a tema nei parchi di divertimenti sono così, non sono ironici e cercano con minore o maggiore impegno di essere credibili -almeno sulla carta-. Infatti sono ridicoli prima ancora che finti (avete capito di che parlo no? Lo snack bar dei pirati, la bisteccheria del vecchio west, la gelateria dello spazio…). Nei ristoranti aperti negli ultimi 10 anni in realtà l’aria è la stessa. Cammino su parquet finto vecchi0 a grosse doghe, passo accanto a credenze  provenzali anni 50, illuminato da vecchie lampare marinare di latta dipinta, bevo da bottiglie anni 40 con il tappo a guarnizione, i camerieri hanno parannanze di cotone grezzo,  tutto è minimal ma non troppo -qui mi fermo non mi addentro nel tema cibo, mi perderei- In pratica sono in un posto che è una miscellanea di new york negli anni 80, la Camargue negli anni 50, un isoletta greca e una vecchia trattoria della via emilia, etc etc. Anche casa mia è così, qual’è il problema? Il problema è che è tutto finto. In prima battuta sei finito in un luna park per adulti dove io non mi diverto. Ma questo è solo l’inizio, come dicevo prima, a ben vedere c’è uno schema da intravedere. Se ascolti musica prodotta negli ultimi dieci anni è evidentissimo che l’unica raison d’etre di ogni formazione è la miscellanea di genere. Tutto quello che è stato prodotto dagli anni 40 agli anni 90 viene con infinita variazione miscelato con lo stesso gusto fine a se stesso con cui ognuno compra e cambia la cover del proprio iPhone. Chitarre distorte glam rock anni 80, fiati anni 40, drum machine anni 80, suoni sintetici a 8 bit dei vecchi videogiochi, pop inglese rigirato in ogni declinazione, vecchie chitarre acustiche folk e banjo. e via così (che Dio abbia pietà di noi per i Mumford&Sons). Qual’è il problema? E’ che questa infinita variazione di forma non stupisce e non emoziona mai. Se così non fosse non si finirebbe per riproporre sempre la stessa musica (disco anni 70 nei locali, cover anni 70/80/90 nei talent, cartelloni di concerti estivi dove le band di ultra cinquantenni sono la maggioranza schiacciante). Questi pochi dati di fatto mi fanno pensare di non essere afflitto da un precoce cinismo senile. Tornando a casa mi è cascato l’occhio su un gruppo di adolescenti vestiti come in un video di MC Hammer con quel che resta della dissacrazione degli anni ’90. Ragazze che fanno spogliarelli Burlesque citando una estetica vittoriana che poi mai è esistita, o ragazze con fazzoletti in testa e rossetti sgargianti travestite da bad girl anni 50, piene di tatuaggi, ragazzi ingoffiti da occhialoni e golfini da secchione/nerd -gli sfigati di una volta-. E se mi mettessi a fare l’elenco dei remake cinematografici? Dei film tratti da vecchi telefilm? Da vecchi fumetti (tipo iron-man)? Un elenco lungo tanto quanto la noia di recenti film più “impegnati” che riescono solo a essere ermetici, fumosi e sostanzialmente vuoti.

Ma di cosa sto parlando? Di forme! E i contenuti? Non ci sono contenuti, non c’è nulla, inutile girarci intorno. Una volta in un’opera compiuta -di ogni genere e tipologia- la coincidenza tra forma e contenuto era l’ottimo risultato a cui numerose volte si perveniva. Mi sa che ora siamo allo stallo. Abbiamo cominciato con il post-modern citando e ridicolizzando tutto, infrnagendo ogni regola. E adesso? Boh… Rielaboriamo forme, ci travestiamo, camuffiamo. Tutto è scenografia, legno dipinto da un lato, tutto finto, come nelle feste a tema. Ci sono sempre feste a tema in giro in cui travestirsi. Non è un carnevale, nessuna sovversione dei ruoli, nessuna vera “follia”. Il contrario: proprio l’eterno gioco dei ruoli, stilizzati però e risolti nella loro mera forma esteriore. La forma non è il risultato di un processo, non è l’espressione formale di un contenuto.  Aiuto.

Procedo ancora verso l’alto e penso che ogni linguaggio, ogni forma strutturata -in qualche modo- diventa poi forma del pensiero, cioè una delle forze in grado di scoprire e portare nel mondo valori per rendere ricco e bello l’esistere. Tanta della filosofia di questa secolo, a cui la riflessione su pensiero e linguaggio sta molto a cuore, è arrivata ad una inquietante constatazione: noi non parliamo attraverso un linguaggio ma siamo parlati dal linguaggio, il nostro pensiero non è così libero e fecondo come sembra. Sembra un paradosso eppure è vero. Una banale dimostrazione la si ritrova nella estrema omologazione della lingua parlata -nell’epoca dei mezzi di comunicazione capillare di massa- con esiti spesso goffissimi. L’uso improprio del “piuttosto che” è solo un esempio famoso e sciocco, tanto per capirci… O quei pochi filtri simili-analogici delle app fotografiche che parlano più delle cose che fotografiamo, la realtà diventa il pretesto per parlare la lingua stilizzata di istagram, anzi perchè il linguaggio delle vecchie foto analogiche (inteso solo nella sua “epidermide formale”: colori alterati, difetti ottici, polvere, viraggi etc) parli attraverso di noi, tanto per non astrarre troppo.

Cosa succede allora se le forme parlano attraverso di noi di altre forme?! Succede che si produce il vuoto. Io infatti mangio a casa o in posti autenticamente squallidi, dove mi sento incredibilmente meglio.

ps: ho dimenticato di attraversare il dominio delle arti visive, della letteratura e del teatro -che, guarda un po’, è deserto!- ma tanto avete capito, potete fare da soli.

1 Commento

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Tumba ping pong Show

Si, ne abbiamo visti tanti di virali, si lo sappiamo che c’è il trucco, ma è evidente che il valore aggiunto è altrove. Loro per esempio vincono in gusto della composizione dell’inquadratura e spiccato spirito non-sense. Stupendi.

 

 

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Argentique

photographie argentique” è come i Francesi chiamano la fotografia analogica. La pellicola fotografica è effettivamente ricoperta da uno strato di sali di argento (l’argento reagisce alla luce, si annerisce…). Nelle vecchie fotocamere c’erano delle lastre di vetro al posto della pellicola, belle grandi, con un ricco strato di sali d’argento. Anni fa lavorai al restauro di un fondo fotografico dei primi novecento. Erano circa duemila lastre. Era rarissimo trovarne una brutta. Una delle conclusioni a cui arrivammo è che tutto quell’argento dava una profondità tonale ai bianconeri per noi impensabile. Ora trovo queste meravigliose lastre/foto della polizia di Sidney e non posso non osservare un evidente estetica inconsapevole di queste foto. Oppure siamo noi che siamo arrivati ad estetizzare quasi tutto, il passato è una di queste cose. 😉

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