Archivi categoria: Sociale

Eredi

In inglese si dice “cultural heritage” cioè eredità, non beni o patrimonio culturale. Il senso cambia e assieme ad esso il rapporto con quello che ricevi e che non dai per scontato.

Dice Salvatore Settis…io vorrei fare un discorso più generale: il nostro patrimonio deve servire primariamente a noi, primariamente alla nostra memoria storica. Se abbiamo capito questo, allora possiamo anche affrontare la tematica del riuso e aprire un ristorante nel castello. Se consideriamo il castello un oggetto che non serve a nulla, se non ad aprirci un ristorante, meglio abbatterlo 

Con un copia incolla prendo Philippe Daverio che incalza:”…Potremmo anche decidere di buttare via tutto perché siamo un Paese di cialtroni quindi questo passato ci supera è troppo importante, non siamo in grado, via via buttiamola via, lo volevano i futuristi. C’è una dichiarazione di Marinetti, ma in questo senso: l’Italia quando diventa moderna si accorge che non ce la fa e Marinetti dice buttiamola via questa roba, questo ciarpame. Invece oggi ci siamo accorti che il ciarpame ha un suo valore. Però non sappiamo ancora a che cosa serve, non sappiamo se serve a fare turismo, non sappiamo se serve a educar la gente, non sappiamo se serve a generare l’identità nazionale, è tutto un pasticcio che si chiama beni culturali” e anche “…Io non ho mai creduto che la cultura faccia sviluppo, io ho sempre pensato che la cultura generi intelligenze superiori, sono due letture completamente diverse. C’è quella vecchia scritta un po’ massonica sul teatro di Palermo “vanno delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”. Io credo che la cultura serva alla formazione, all’identità, alla forza psicologica, a tante cose, a fare altra cultura per esempio, alla creatività. Adesso stiamo usando il passato sperando di vendere due panini in più. E’ un po’ miserabile, ecco

Questo mi sembra un ottimo preambolo per invitarvi, appena avete un’oretta libera del vostro tempo, a guardarvi questo documentario (in italiano) -che per un po’ rimarrà gratuito, affrettatevi!- The Venice Syndrome 

Perchè la bellezza e il suo sfruttamento -da parte di pochi- pone sempre tante domande. Purtroppo non esiste in italia una elite in grado di dare risposte e immettere nella classe dirigente italiana persone -non solo capaci- in grado di impedire che il nostro paese non si riduca ad una grossa Disneyland. Abbiamo smesso di produrre bellezza -e non la finiamo di fare speculazione edilizia- e adesso speriamo di campare vendendo qualche pizza in più a turisti in calzoncini.

Lascia un commento

Archiviato in DavveroDavvericità, Fun, Sociale, Storia, Weird & Wonderful

le diecimila cose

Si potrebbe dire che ogni parola è una metafora ormai morta. Il poeta argentino Leopoldo Lugones sosteneva che i poeti usassero però sempre le stesse metafore e che lui stesso avrebbe provato a escogitare una centinaio di nuove metafore sulla Luna nel suo Lunario Sentimental. Poi però ti capita sotto mano una illustrazione, che una amica molto dotta di cultura e arte orientale ha appeso al muro e che illustra alcuni neologismi in cinese.

2014-05-15 12.40.18

 

Mi colpiscono le ultime due: il ricco sfigato che è uno scarafaggio senza ali, e il tamarro che è uno sporco panino al vapore. Non sono un esperto ma credo che in una lingua scritta a ideogrammi le metafore siano davvero continue. Di certo so che i cinesi chiamano il mondo “le diecimila cose” o “i diecimila esseri” -a seconda della fantasia del traduttore-. Mi chiedo se sia davvero possibile pensare per immagini, come suggeriva Luigi Ghirri

Ghirri
Di certo serpeggia il dubbio (o la paura?) che la valanga di immagini che guardiamo e produciamo induca una sostituzione delle cose con la loro immagine. Viene in mente Borges che immaginava un a mappa grande quanto il territorio rappresentato e che per questo diventava inutile: “In quell’Impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa d’una sola Provincia occupava tutta una Città, e la mappa dell’impero, tutta una Provincia. Col tempo, codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una Mappa dell’Impero, che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso. (L’artefice, Jorge Luis Borges, 1960)

Lascia un commento

Archiviato in Arte, DavveroDavvericità, Sociale, Storia, Weird & Wonderful

Cose che dovrebbero esistere

Objets introuvables

Ringrazio sentitamente l’amico Niccolò per avermi segnalato l’esistenza di questo Jacques Carleman, designer, illustratore e pittore francese attivo negli anni 60/70.

Preside della facoltà di patafisica, è passato alla storia per uno stupendo inventario d’oggetti immaginari e introvabili, “Catalogue d’objets introuvables” pubblicato nel 1969 come parodia di quello che da noi era il catalogo postalmarket. Risulta quasi superfluo sottolineare come questi forbiti divertimenti dello spirito siano quanto mai essenziali per coltivare le forme più sane dello stupore e della gioia. Appresso una carrellata sparsa disordinata e per nulla sistematica.

la bottiglia assorbente, mi piacerebbe vederla usare per  sfidare le convenzioni e la noia ben vestita in occasione degli immancabili aperitivi

c’è chi si è preso la briga di costruirli e venderli, capirai co’ ‘sta fame che c’è in giro…

Schermata 2014-03-24 alle 16.14.50

1 Commento

Archiviato in Arte, DavveroDavvericità, Profili, Scienza, Sociale, tecnologia, Weird & Wonderful

The bus

alcune stupende e surreali vignette di Paul Kirkner

tante altre qui

Lascia un commento

Archiviato in Arte, DavveroDavvericità, Fun, Sociale, Weird & Wonderful

l’epoca delle forme

Porto-Fluviale

Nel ragionare si può partire da grandi astrazioni e volta per volta -con movimento dall’altro verso il basso- intercalare i pensieri in ogni articolazione particolare della realtà oppure fare il contrario: partire da dettagli e intravedere più avanti, uno schema più vasto e generale. Questa seconda strada è evidentemente rischiosa quindi è con una certa dose di avventatezza che vorrei partire da quello che per esempio è l’arredamento dei nuovi ristoranti che vedo aprire sempre più spesso (la recessione porta noi occidentali a concentrarci esclusivamente sul cibo) e che mi dà sempre da pensare. Mi avventuro in pericolose etichette: è tutto fondamentalmente country-chic, un po’ shabby, spessissimmo provenzale, rigorosamente di modernariato -sempre finto-, sufficientemente disimpegnato ma per nulla ironico. Anche i ristoranti a tema nei parchi di divertimenti sono così, non sono ironici e cercano con minore o maggiore impegno di essere credibili -almeno sulla carta-. Infatti sono ridicoli prima ancora che finti (avete capito di che parlo no? Lo snack bar dei pirati, la bisteccheria del vecchio west, la gelateria dello spazio…). Nei ristoranti aperti negli ultimi 10 anni in realtà l’aria è la stessa. Cammino su parquet finto vecchi0 a grosse doghe, passo accanto a credenze  provenzali anni 50, illuminato da vecchie lampare marinare di latta dipinta, bevo da bottiglie anni 40 con il tappo a guarnizione, i camerieri hanno parannanze di cotone grezzo,  tutto è minimal ma non troppo -qui mi fermo non mi addentro nel tema cibo, mi perderei- In pratica sono in un posto che è una miscellanea di new york negli anni 80, la Camargue negli anni 50, un isoletta greca e una vecchia trattoria della via emilia, etc etc. Anche casa mia è così, qual’è il problema? Il problema è che è tutto finto. In prima battuta sei finito in un luna park per adulti dove io non mi diverto. Ma questo è solo l’inizio, come dicevo prima, a ben vedere c’è uno schema da intravedere. Se ascolti musica prodotta negli ultimi dieci anni è evidentissimo che l’unica raison d’etre di ogni formazione è la miscellanea di genere. Tutto quello che è stato prodotto dagli anni 40 agli anni 90 viene con infinita variazione miscelato con lo stesso gusto fine a se stesso con cui ognuno compra e cambia la cover del proprio iPhone. Chitarre distorte glam rock anni 80, fiati anni 40, drum machine anni 80, suoni sintetici a 8 bit dei vecchi videogiochi, pop inglese rigirato in ogni declinazione, vecchie chitarre acustiche folk e banjo. e via così (che Dio abbia pietà di noi per i Mumford&Sons). Qual’è il problema? E’ che questa infinita variazione di forma non stupisce e non emoziona mai. Se così non fosse non si finirebbe per riproporre sempre la stessa musica (disco anni 70 nei locali, cover anni 70/80/90 nei talent, cartelloni di concerti estivi dove le band di ultra cinquantenni sono la maggioranza schiacciante). Questi pochi dati di fatto mi fanno pensare di non essere afflitto da un precoce cinismo senile. Tornando a casa mi è cascato l’occhio su un gruppo di adolescenti vestiti come in un video di MC Hammer con quel che resta della dissacrazione degli anni ’90. Ragazze che fanno spogliarelli Burlesque citando una estetica vittoriana che poi mai è esistita, o ragazze con fazzoletti in testa e rossetti sgargianti travestite da bad girl anni 50, piene di tatuaggi, ragazzi ingoffiti da occhialoni e golfini da secchione/nerd -gli sfigati di una volta-. E se mi mettessi a fare l’elenco dei remake cinematografici? Dei film tratti da vecchi telefilm? Da vecchi fumetti (tipo iron-man)? Un elenco lungo tanto quanto la noia di recenti film più “impegnati” che riescono solo a essere ermetici, fumosi e sostanzialmente vuoti.

Ma di cosa sto parlando? Di forme! E i contenuti? Non ci sono contenuti, non c’è nulla, inutile girarci intorno. Una volta in un’opera compiuta -di ogni genere e tipologia- la coincidenza tra forma e contenuto era l’ottimo risultato a cui numerose volte si perveniva. Mi sa che ora siamo allo stallo. Abbiamo cominciato con il post-modern citando e ridicolizzando tutto, infrnagendo ogni regola. E adesso? Boh… Rielaboriamo forme, ci travestiamo, camuffiamo. Tutto è scenografia, legno dipinto da un lato, tutto finto, come nelle feste a tema. Ci sono sempre feste a tema in giro in cui travestirsi. Non è un carnevale, nessuna sovversione dei ruoli, nessuna vera “follia”. Il contrario: proprio l’eterno gioco dei ruoli, stilizzati però e risolti nella loro mera forma esteriore. La forma non è il risultato di un processo, non è l’espressione formale di un contenuto.  Aiuto.

Procedo ancora verso l’alto e penso che ogni linguaggio, ogni forma strutturata -in qualche modo- diventa poi forma del pensiero, cioè una delle forze in grado di scoprire e portare nel mondo valori per rendere ricco e bello l’esistere. Tanta della filosofia di questa secolo, a cui la riflessione su pensiero e linguaggio sta molto a cuore, è arrivata ad una inquietante constatazione: noi non parliamo attraverso un linguaggio ma siamo parlati dal linguaggio, il nostro pensiero non è così libero e fecondo come sembra. Sembra un paradosso eppure è vero. Una banale dimostrazione la si ritrova nella estrema omologazione della lingua parlata -nell’epoca dei mezzi di comunicazione capillare di massa- con esiti spesso goffissimi. L’uso improprio del “piuttosto che” è solo un esempio famoso e sciocco, tanto per capirci… O quei pochi filtri simili-analogici delle app fotografiche che parlano più delle cose che fotografiamo, la realtà diventa il pretesto per parlare la lingua stilizzata di istagram, anzi perchè il linguaggio delle vecchie foto analogiche (inteso solo nella sua “epidermide formale”: colori alterati, difetti ottici, polvere, viraggi etc) parli attraverso di noi, tanto per non astrarre troppo.

Cosa succede allora se le forme parlano attraverso di noi di altre forme?! Succede che si produce il vuoto. Io infatti mangio a casa o in posti autenticamente squallidi, dove mi sento incredibilmente meglio.

ps: ho dimenticato di attraversare il dominio delle arti visive, della letteratura e del teatro -che, guarda un po’, è deserto!- ma tanto avete capito, potete fare da soli.

1 Commento

Archiviato in DavveroDavvericità, Fun, Profili, Sociale, Storia

tre strade

Accade che, fermandomi, consideri le cose da un livello di maggiore astrazione. E’ un brutto vizio che porta a mettere troppo di frequente le cose in discussione. Inoltre è continua la ricerca delle categorie, delle generalizzazioni: sempre a disegnar mappe. Da un po’ mi pare evidente che nella vita si presentino tre strade, tre diversi percorsi percorrendo uno delle quali la vita si adegua e si caratterizza integralmente. Queste tre vie si chiamano Possesso, Produzione, Esperienza. Non che le vie non si intreccino, ma  sembra che le persone ne scelgano sempre una in particolare.

Chi sceglie il Possesso fa di tutto per avere. Comprare, lavorare, guadagnare, faticare, sognare, desiderare, tutto attorno al baricentro dell’avere. Dal possesso ricava felicità e anche uno scopo, il senso di tutte le fatiche. Costoro fanno shopping, affollano i centri commerciali, entrano nei concessionari, sognano orologi, costruiscono piscine, sfogliano cataloghi.

Chi sceglie la Produzione ama costruire qualcosa, spesso con le mani ma sempre con l’intelletto. Esercizio dell’occhio e della mano o della parola. Abitare il tempo nella incessante creazione/produzione di qualcosa. Testi scritti, pitture, fotografie, film, relazioni, analisi, storie, ricerche, vestiti. Generalizzando: artigiani. La felicità sta nel fare bene, sempre meglio. La contemplazione del risultato finale non è che la parte conclusiva e spesso quasi irrisoria di un ciclo continuo. L’mportante è stare dentro quel processo di produzione. Il possesso dell’artefatto finale non è di minima importanza. Solo la sua valutazione, in virtù del miglioramento della successiva “cosa da fare”

Chi sceglie l’Esperienza vuole essere al centro di qualcosa che muova i sensi, i sentimenti e le emozioni. Vuole per l’appunto esperire (una parola che si usa poco). Ci si arrangia, si trova un modo per guadagnare dei soldi e stare al mondo. Ma lo scopo è: fare surf e cavalcare le onde, veleggiare su una barca o su un deltaplano. Viaggiare, guardare dal finestrino, contemplare il mondo. Combattere su un ring, correre con una moto. Ascoltare musica, assaporare i cibi più buoni. Fare sesso, perdersi nelle brame caotiche del corpo, ballare. Cose che ci mettono nelle condizioni di vivere nel flusso dei sensi e delle emozioni. Godere del qui e ora e cercare un continuo presente dove essere un antenna in continua ricezione.

La prima strada facilmente mostra la sue insidie: “le cose” sono mute e ottuse, spesso arredamento e decorazione del nulla e della noia. ti costringono a vivere nel continuo mercimonio di se stessi, del proprio tempo e delle proprie risorse in cambio dei soldi.

La seconda strada spesso è cieca e ossessiva. La creazione come esperienza è quasi sempre tutto tranne che piacevole. La ricerca fine a se stessa non riesce a stare in piedi, spesso perde di senso. Vive del riferirsi a se stessa, impoverisce lo sguardo. La fatica ha come scopo se stessa, si abbandona la piena cittadinanza nel mondo e tra le persone. E se perdi la sensazione del gioco in quello che fai arriva l’infelicità.

La terza strada sembra essere l’unica che regge all’attacco di ogni nichilismo. Nulla la smonta perché si tratta di essere dentro quelle che sembrano essere le uniche vere “sostanze del mondo” come a noi ci appare: forze, odori, colori, emozioni, dolori, bellezza. Credo che chi abbia scelto questa strada non consumi il mondo e le sue risorse, non voglia imporre il suo potere sugli altri, ha sempre ben chiara la sua felicità, mette le cose in prospettiva e attribuendo e distribuendo i giusti valori. Credo sia la scelta migliore.

Lascia un commento

Archiviato in Sociale

la piccola mandorla

Circa una quarantina di anni fa, il mondo forse era un posto un po’ più ingenuo e -oserei avere il dubbio- forse un poco più bello? Sicuramente era abbastanza curioso da concedere onori e gloria ad un signore sardo, grande virtuoso del mandolino (il più virtuoso a quanto pare) Giuseppe Anedda

Davvero uno shredder; la cosa che più colpisce però è questo grosso desiderio di mandolino che sembrava circondarlo.

 

1 Commento

Archiviato in Arte, DavveroDavvericità, Fun, Musica, Sociale, Storia