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la caduta

La leggenda vuole che dalla torre di Pisa Galileo faceva cadere delle masse (i gravi) per studiarne il moto. Newton poi indagò sulle forze in gioco. Il resto lo trovate nei libri di fisica dove da ragazzino feci questa scoperta: una palla di ferro e una piuma in caduta libera toccano terra nello stesso momento perché soggetti alla stessa accelerazione gravitazionale (quindi soggetti a una forza di gravitazione diversa e proporzionale alle rispettive masse). Nella realtà non succede perché c’è l’aria e l’aria oppone resistenza al moto, le piume in questo sono troppo più sfortunate della palla di ferro e vengono frenate. Galileo non aveva modo di esperire ne creare il vuoto ma ci arrivò lo stesso. Questo la dice lunga sul senso dell’osservazione e quanto osservare non sia semplicemente registrare dei dati. Eccone la prova:

Mi interessa però ribadire il senso dello stupore e della meraviglia che secondo me fa intimamente parte della scienza. Interessante sarebbe riflettere su questo scarto che sembra essere costante tra quello che consideriamo normale, ovvio, plausibile e quindi reale e poi la realtà quando viene indagata con strumenti che di fatto  superano i limiti stessi di chi li ha concepiti. Mi sembra sembra pazzesco.

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Eredi

In inglese si dice “cultural heritage” cioè eredità, non beni o patrimonio culturale. Il senso cambia e assieme ad esso il rapporto con quello che ricevi e che non dai per scontato.

Dice Salvatore Settis…io vorrei fare un discorso più generale: il nostro patrimonio deve servire primariamente a noi, primariamente alla nostra memoria storica. Se abbiamo capito questo, allora possiamo anche affrontare la tematica del riuso e aprire un ristorante nel castello. Se consideriamo il castello un oggetto che non serve a nulla, se non ad aprirci un ristorante, meglio abbatterlo 

Con un copia incolla prendo Philippe Daverio che incalza:”…Potremmo anche decidere di buttare via tutto perché siamo un Paese di cialtroni quindi questo passato ci supera è troppo importante, non siamo in grado, via via buttiamola via, lo volevano i futuristi. C’è una dichiarazione di Marinetti, ma in questo senso: l’Italia quando diventa moderna si accorge che non ce la fa e Marinetti dice buttiamola via questa roba, questo ciarpame. Invece oggi ci siamo accorti che il ciarpame ha un suo valore. Però non sappiamo ancora a che cosa serve, non sappiamo se serve a fare turismo, non sappiamo se serve a educar la gente, non sappiamo se serve a generare l’identità nazionale, è tutto un pasticcio che si chiama beni culturali” e anche “…Io non ho mai creduto che la cultura faccia sviluppo, io ho sempre pensato che la cultura generi intelligenze superiori, sono due letture completamente diverse. C’è quella vecchia scritta un po’ massonica sul teatro di Palermo “vanno delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”. Io credo che la cultura serva alla formazione, all’identità, alla forza psicologica, a tante cose, a fare altra cultura per esempio, alla creatività. Adesso stiamo usando il passato sperando di vendere due panini in più. E’ un po’ miserabile, ecco

Questo mi sembra un ottimo preambolo per invitarvi, appena avete un’oretta libera del vostro tempo, a guardarvi questo documentario (in italiano) -che per un po’ rimarrà gratuito, affrettatevi!- The Venice Syndrome 

Perchè la bellezza e il suo sfruttamento -da parte di pochi- pone sempre tante domande. Purtroppo non esiste in italia una elite in grado di dare risposte e immettere nella classe dirigente italiana persone -non solo capaci- in grado di impedire che il nostro paese non si riduca ad una grossa Disneyland. Abbiamo smesso di produrre bellezza -e non la finiamo di fare speculazione edilizia- e adesso speriamo di campare vendendo qualche pizza in più a turisti in calzoncini.

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Maurice Tillet

Scopro, grazie all’amico Antonio, l’esistenza di questo personaggio singolare: Maurice Tillet. Affetto da una malattia che interferisce con l’ormone dello sviluppo -acromegalia- passa dall’essere un bel bambino -soprannominato l’angelo- all’essere un mostro dalle proporzioni marcatamente alterate. La sua vita e la sua persona non mancano di essere altrettanto singolari. Diventa un famoso lottatore -soprannominato in maniera beffarda “l’angelo francese”- ma è anche poeta, attore in erba; tutti lo raccontano come un uomo estremamente mite e gentile oltre che capace di parlare moltissime lingue, qui troverete soddisfatta ogni ulteriore curiosità.  Sono troppo ignorante per poter affrontare una figura così importante come quella del mostro, mi limiterò a riportare alcuni immediati collegamenti. Queste due suggestive foto  di Irving Penn che ritraggono Maurice assieme a Dorian Leigh (considerata la mamma di tutte le super-modelle)

Non riesco a non sentire in queste foto alcuni fatti salienti riguardo l’esser maschio.

Il secondo collegamento è un racconto di Borges (che potrebbe facilmente farvi innamorare di Borges per sempre) presente nella raccolta “L’Aleph”: La casa di Asterione. All’ultima riga capirete tutto e lo sforzo della disagevole lettura a monitor sarà ripagato. Eccolo qui:

“E la regina dette alla luce un figlio che si chiamò Asterione”
                                              Apollodoro, Biblioteca III, 1

So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole.
È vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito)* restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi ne’ la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine. 
E troverà una casa come non ce n’è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n’è una simile.) 
Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c’è un solo mobile. Un’altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c’è una porta chiusa, e aggiungere che non c’è una sola serratura? D’altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m’infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d’un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole.

La verità è che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l’arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall’altra. Un’impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.

Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s’avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all’ombra di una cisterna e all’angolo d’un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l’addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m’addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato). Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch’egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: “Adesso torniamo all’angolo di prima,” o: “Adesso sbocchiamo in un altro cortile,” o: “Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell’acqua,” oppure: “Ora ti faccio vedere una cisterna che s’è riempita di sabbia,” o anche: “Vedrai come si biforca la cantina.” A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi.

Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l’intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.

Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l’altro; senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d’uomo? O sarà come me?

Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue.
“Lo crederesti, Arianna?” disse Teseo. “Il Minotauro non s’è quasi difeso.”

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le diecimila cose

Si potrebbe dire che ogni parola è una metafora ormai morta. Il poeta argentino Leopoldo Lugones sosteneva che i poeti usassero però sempre le stesse metafore e che lui stesso avrebbe provato a escogitare una centinaio di nuove metafore sulla Luna nel suo Lunario Sentimental. Poi però ti capita sotto mano una illustrazione, che una amica molto dotta di cultura e arte orientale ha appeso al muro e che illustra alcuni neologismi in cinese.

2014-05-15 12.40.18

 

Mi colpiscono le ultime due: il ricco sfigato che è uno scarafaggio senza ali, e il tamarro che è uno sporco panino al vapore. Non sono un esperto ma credo che in una lingua scritta a ideogrammi le metafore siano davvero continue. Di certo so che i cinesi chiamano il mondo “le diecimila cose” o “i diecimila esseri” -a seconda della fantasia del traduttore-. Mi chiedo se sia davvero possibile pensare per immagini, come suggeriva Luigi Ghirri

Ghirri
Di certo serpeggia il dubbio (o la paura?) che la valanga di immagini che guardiamo e produciamo induca una sostituzione delle cose con la loro immagine. Viene in mente Borges che immaginava un a mappa grande quanto il territorio rappresentato e che per questo diventava inutile: “In quell’Impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa d’una sola Provincia occupava tutta una Città, e la mappa dell’impero, tutta una Provincia. Col tempo, codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una Mappa dell’Impero, che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso. (L’artefice, Jorge Luis Borges, 1960)

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l’epoca delle forme

Porto-Fluviale

Nel ragionare si può partire da grandi astrazioni e volta per volta -con movimento dall’altro verso il basso- intercalare i pensieri in ogni articolazione particolare della realtà oppure fare il contrario: partire da dettagli e intravedere più avanti, uno schema più vasto e generale. Questa seconda strada è evidentemente rischiosa quindi è con una certa dose di avventatezza che vorrei partire da quello che per esempio è l’arredamento dei nuovi ristoranti che vedo aprire sempre più spesso (la recessione porta noi occidentali a concentrarci esclusivamente sul cibo) e che mi dà sempre da pensare. Mi avventuro in pericolose etichette: è tutto fondamentalmente country-chic, un po’ shabby, spessissimmo provenzale, rigorosamente di modernariato -sempre finto-, sufficientemente disimpegnato ma per nulla ironico. Anche i ristoranti a tema nei parchi di divertimenti sono così, non sono ironici e cercano con minore o maggiore impegno di essere credibili -almeno sulla carta-. Infatti sono ridicoli prima ancora che finti (avete capito di che parlo no? Lo snack bar dei pirati, la bisteccheria del vecchio west, la gelateria dello spazio…). Nei ristoranti aperti negli ultimi 10 anni in realtà l’aria è la stessa. Cammino su parquet finto vecchi0 a grosse doghe, passo accanto a credenze  provenzali anni 50, illuminato da vecchie lampare marinare di latta dipinta, bevo da bottiglie anni 40 con il tappo a guarnizione, i camerieri hanno parannanze di cotone grezzo,  tutto è minimal ma non troppo -qui mi fermo non mi addentro nel tema cibo, mi perderei- In pratica sono in un posto che è una miscellanea di new york negli anni 80, la Camargue negli anni 50, un isoletta greca e una vecchia trattoria della via emilia, etc etc. Anche casa mia è così, qual’è il problema? Il problema è che è tutto finto. In prima battuta sei finito in un luna park per adulti dove io non mi diverto. Ma questo è solo l’inizio, come dicevo prima, a ben vedere c’è uno schema da intravedere. Se ascolti musica prodotta negli ultimi dieci anni è evidentissimo che l’unica raison d’etre di ogni formazione è la miscellanea di genere. Tutto quello che è stato prodotto dagli anni 40 agli anni 90 viene con infinita variazione miscelato con lo stesso gusto fine a se stesso con cui ognuno compra e cambia la cover del proprio iPhone. Chitarre distorte glam rock anni 80, fiati anni 40, drum machine anni 80, suoni sintetici a 8 bit dei vecchi videogiochi, pop inglese rigirato in ogni declinazione, vecchie chitarre acustiche folk e banjo. e via così (che Dio abbia pietà di noi per i Mumford&Sons). Qual’è il problema? E’ che questa infinita variazione di forma non stupisce e non emoziona mai. Se così non fosse non si finirebbe per riproporre sempre la stessa musica (disco anni 70 nei locali, cover anni 70/80/90 nei talent, cartelloni di concerti estivi dove le band di ultra cinquantenni sono la maggioranza schiacciante). Questi pochi dati di fatto mi fanno pensare di non essere afflitto da un precoce cinismo senile. Tornando a casa mi è cascato l’occhio su un gruppo di adolescenti vestiti come in un video di MC Hammer con quel che resta della dissacrazione degli anni ’90. Ragazze che fanno spogliarelli Burlesque citando una estetica vittoriana che poi mai è esistita, o ragazze con fazzoletti in testa e rossetti sgargianti travestite da bad girl anni 50, piene di tatuaggi, ragazzi ingoffiti da occhialoni e golfini da secchione/nerd -gli sfigati di una volta-. E se mi mettessi a fare l’elenco dei remake cinematografici? Dei film tratti da vecchi telefilm? Da vecchi fumetti (tipo iron-man)? Un elenco lungo tanto quanto la noia di recenti film più “impegnati” che riescono solo a essere ermetici, fumosi e sostanzialmente vuoti.

Ma di cosa sto parlando? Di forme! E i contenuti? Non ci sono contenuti, non c’è nulla, inutile girarci intorno. Una volta in un’opera compiuta -di ogni genere e tipologia- la coincidenza tra forma e contenuto era l’ottimo risultato a cui numerose volte si perveniva. Mi sa che ora siamo allo stallo. Abbiamo cominciato con il post-modern citando e ridicolizzando tutto, infrnagendo ogni regola. E adesso? Boh… Rielaboriamo forme, ci travestiamo, camuffiamo. Tutto è scenografia, legno dipinto da un lato, tutto finto, come nelle feste a tema. Ci sono sempre feste a tema in giro in cui travestirsi. Non è un carnevale, nessuna sovversione dei ruoli, nessuna vera “follia”. Il contrario: proprio l’eterno gioco dei ruoli, stilizzati però e risolti nella loro mera forma esteriore. La forma non è il risultato di un processo, non è l’espressione formale di un contenuto.  Aiuto.

Procedo ancora verso l’alto e penso che ogni linguaggio, ogni forma strutturata -in qualche modo- diventa poi forma del pensiero, cioè una delle forze in grado di scoprire e portare nel mondo valori per rendere ricco e bello l’esistere. Tanta della filosofia di questa secolo, a cui la riflessione su pensiero e linguaggio sta molto a cuore, è arrivata ad una inquietante constatazione: noi non parliamo attraverso un linguaggio ma siamo parlati dal linguaggio, il nostro pensiero non è così libero e fecondo come sembra. Sembra un paradosso eppure è vero. Una banale dimostrazione la si ritrova nella estrema omologazione della lingua parlata -nell’epoca dei mezzi di comunicazione capillare di massa- con esiti spesso goffissimi. L’uso improprio del “piuttosto che” è solo un esempio famoso e sciocco, tanto per capirci… O quei pochi filtri simili-analogici delle app fotografiche che parlano più delle cose che fotografiamo, la realtà diventa il pretesto per parlare la lingua stilizzata di istagram, anzi perchè il linguaggio delle vecchie foto analogiche (inteso solo nella sua “epidermide formale”: colori alterati, difetti ottici, polvere, viraggi etc) parli attraverso di noi, tanto per non astrarre troppo.

Cosa succede allora se le forme parlano attraverso di noi di altre forme?! Succede che si produce il vuoto. Io infatti mangio a casa o in posti autenticamente squallidi, dove mi sento incredibilmente meglio.

ps: ho dimenticato di attraversare il dominio delle arti visive, della letteratura e del teatro -che, guarda un po’, è deserto!- ma tanto avete capito, potete fare da soli.

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la piccola mandorla

Circa una quarantina di anni fa, il mondo forse era un posto un po’ più ingenuo e -oserei avere il dubbio- forse un poco più bello? Sicuramente era abbastanza curioso da concedere onori e gloria ad un signore sardo, grande virtuoso del mandolino (il più virtuoso a quanto pare) Giuseppe Anedda

Davvero uno shredder; la cosa che più colpisce però è questo grosso desiderio di mandolino che sembrava circondarlo.

 

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La sconosciuta della Senna

Riporto da BizzarroBazar una storia stupenda scoperta per altre vie, la storia della ragazza la cui maschera mortuaria è in questa foto

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La leggenda vuole che a Parigi, a fine ’800, il corpo di una donna venisse ripescato dalla Senna – avvenimento non straordinario per l’epoca. Portata all’obitorio, un operatore funebre restò affascinato dalla sua bellezza, ma sopratutto rimase impressionato dal sorriso della ragazza: un sorriso che restituiva una tale idea di pace e serenità da ricordare quello della Gioconda. La giovane suicida doveva aver trovato, nel suo ultimo gesto, quella felicità che le era stata negata in vita.

Così l’impiegato della morgue eseguì una maschera mortuaria della bella sconosciuta, cioè un calco in gesso del suo viso. Dopodiché il corpo fu esposto nella vetrina dell’obitorio, com’era uso fare a quei tempi, affinché qualcuno dei passanti potesse identificarlo (vista con occhi contemporanei, una simile usanza può sembrare strana ma la morte, allora, non era ancora il tabù occultato e nascosto che è al giorno d’oggi). 

Nessuno riconobbe la salma, che trovò una sepoltura comune e anonima.

Da quando la leggenda si diffuse, la “sconosciuta della Senna” divenne in breve tempo un clamoroso caso che stimolava la fascinazione macabra della Parigi bohémienne dei primi del ’900. Cominciarono a circolare molte copie della maschera mortuaria, che andarono a ruba. Una seconda serie di calchi venne addirittura fatta a partire da una fotografia di quello originale, e queste “copie di copie” riproducevano dei dettagli compleamente irrealistici – ma tant’è, anche questa seconda ondata fu esaurita nel giro di pochi mesi. Pareva che tutti gli intellettuali e gli artisti fossero innamorati di questo viso enigmatico, e mille dissertazioni furono fatte sul suo sorriso e su quello che poteva rivelare della vita, della posizione sociale o della morte della povera ragazza. Le maschere mortuarie della sconosciuta addobbavano case e salotti esclusivi: secondo quanto riportato da alcune testimonianze, la ragazza divenne addirittura un ideale erotico, tanto da ispirare l’acconciatura dei capelli di un’intera generazione femminile, e da suggerire ad attrici del teatro e del cinema il look vincente.

La sconosciuta della Senna apparve in poemi, romanzi, pièce teatrali, novelle – ma non stiamo parlando di libricini scandalistici. Per farvi capire la statura degli autori che ne scrissero, basta un veloce elenco di nomi: RilkeNabokovCamus,Aragon, più recentemente Palahniuk…”

Una rapido salto su google è l’inizio di una bella ricerca

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