Luca Bertelli suona l‘hang. Mi ha spiegato che è uno strumento inventato nel 2000 da due svizzeri stravaganti, Felix Rohner e Sabina Schärer. E’ molto difficile ottenerne uno perchè sono solo loro due a produrli, il loro sito va e viene (si chiama/va PANart) in tanti lo vogliono e -secondo me- a Felix e Sabina piace prendersela comoda. Luca è andato a scegliersi l’hang a casa loro, in mezzo alle montagne, e si è ritrovato in forzata compagnia di tanti altri pretendenti di hang. Ricorda la “steel pan” caraibica, convessa invece che concava, il timbro è simile ma posso assicurarvi che l’hang ha una sonorità particolarissima, che chiaramente può esser colta solo dal vivo. Penso ci siano dei fattori di propogazione del suono legata alla sua forma, sta di fatto che il suono ti avvolge. La sua musica è un po’ monotona -l’hang suona in una sola tonalità- ma vederlo suonare è molto interessante.
Ho incontrato Luca e il suo hang per caso la scorsa domenica e con l’iphone l’ho filmato.
Per saperne di piu andate qui. Su eBay trovate molte imitazioni a buon prezzo.
Che bello: il 16 febbraio comincerà a Roma una mostra -si spera esaustiva- su uno dei migliori artisti Americani del XX secolo, Edward Hopper. Ha dipinto questo per esempio
Un ignoto GENIO si è preso la briga di fare questa parodia non-sense, Lol
Riporto questa lettera di Alessandro Anniballi, direttore del coro Orazio Vecchi. Era nella sezione contatti di questo blog e mi era sfuggita. Mi sembrava giusto “metterla davanti” in bella mostra.
Cari amici,
vi invio una risposta redatta per la superficiale intervista del venerdi di Repubblica di qualche settimana fa al maestro Muti. Credo che tale risposta sia in sintonia con il vostro scritto sul compositore (bah!?) Allevi.
Compimenti per il blog e per il vostro lavoro!
—————————————————————-
A volte i famosi Maestri, la cui ricca vita musicale si svolge soprattutto sui sontuosi podi delle più grandi orchestre del mondo, perdono di vista il reale significato di formazione ed educazione musicale dei giovani.
L’impegno didattico di questi divi della direzione si esaurisce per lo più nel collaborare con orchestre giovanili formate da strumentisti severamente selezionati e già molto avanti nello studio. Ho avuto occasione di leggere sul Venerdi di Repubblica l’intervista fatta al maestro Riccardo Muti e ne sono rimasto spiacevolmente sorpreso. In mezzo ad analisi e osservazioni condivisibili ci sono una serie di luoghi comuni e affermazioni troppo generiche per convincere chi si occupa da trentacinque di educazione musicale. E tra queste ce ne era una particolarmente illuminante, espressa più o meno con le seguenti parole: “finché avremo pletore di pifferi miagolanti…non potremo certo parlare di educazione musicale” Chi, come il maestro Muti ricopre un ruolo tanto importane nel panorama internazionale musicale non può permettersi di distrarsi lasciando cadere affermazioni tanto generiche e superficiali. Vorrei ricordare al maestro Muti che, come diceva in uno dei suoi ultimi seminari a Roma un grande genio della direzione d’orchestra, Sergiu Celibidache: “…non è lo strumento in sé ad essere opportuno o meno, ma come lo si affronta e quale intelligenza timbrica, quale senso musicale escono da esso… “. Non esistono strumenti nobili, di prima categoria e strumenti nefasti che in quanto tali diseducano l’orecchio del fanciullo. Se così fosse dovremmo spaccare sulla testa di ogni giovane violinista il suo strumentino per i lamenti insopportabili che esso produce all’inizio del percorso di studio o fuggire ai primi tentativi di un oboista che spinge invano, mangiando l’ancia, producendo suoni strazianti. Gli inizi sono duri per tutti, per chi studia e per chi ascolta. Questa è la logica di ogni serio percorso di studio propria a tutti coloro che intraprendono un itinerario artistico. Inoltre è bene ricordare l’importante posto che il Flauto dolce barocco ha occupato nelle didattiche più avanzate. Quelle di paesi che vantano una cultura musicale di primo ordine come la Germania, l’Austria, l’Ungheria. Basti pensare all’Orff-Schulwerk o al metodo Dalcroze o ancora al meraviglioso progetto educativo di Z. Kodaly.
Ne potrei citare ancora decine e decine. In tutti questi progetti il ruolo del flauto dolce barocco è fondamentale così come lo è quello degli ensemble composti dai diversi rappresentanti di questo tenero e tanto umano strumento. E non è inutile ancora ricordare che il flauto dolce è stato protagonista insuperato di tutta un epoca che va dal Medioevo al Barocco. Musicisti come Michel Praetorius, Benedetto Marcello, Antonio Vivaldi e lo stesso J. S. Bach nelle loro opere hanno affidato parti considerevoli a questo strumento. Così come i più grandi compositori del Novecento hanno riscoperto la vulnerabile bellezza di questo strumento. Per capire l’importanza che il flauto dolce ha avuto nella storia basti pensare ad alcuni affreschi del trecento o a dipinti del cinquecento dove troviamo rappresentati i felici ensemble di bloeckfloete. La stessa generosa SIFD, la Società italiana di Flauto dolce, a partire dagli anni’ 70, promosse una efficacissima opera di educazione musicale, proprio attraverso il flauto dolce.
In quei lontanissimi anni si formavano vere e proprie orchestre dei tanto biasimati strumenti. Io stesso, dopo il diploma, ho incontrato la magia del flauto dolce e l’estrema complessità del suo studio che mi teneva impegnato quotidianamente per ore e ore. Ancora oggi, pur nel deserto culturale che ci opprime, eccellenti “missionari” della musica promuovono incontri di studio e seminari, rivolti a giovani e adulti.
Sono trentacinque anni che insegno felicemente Musica nella scuola dell’obbligo. Provengo da una formazione conservatoriale di pianista e compositore e ho trovato una enorme gioia nell’insegnare ai giovani dagli undici ai quattordici anni la bellezza di cercare e poi scolpire il suono del più antico strumento inventato dall’uomo ad imitazione della natura. Questi giovani hanno amato e continuano ad amare il flauto, comprendendone l’estrema vulnerabilità e apprezzandone la sua immensa letteratura. Molti di loro sono oggi insegnanti di musica in scuole italiane e straniere, altri suonano nei più diversi gruppi musicali, ma ciò che mi sembra veramente importante è che per tutti loro la Musica è diventata parte essenziale della vita e strumento di comprensione dell’animo umano.
La sindrome di Calvin è un problema mentale che si manifesta in una morbosa curiosità verso tutto ciò che ha un nome strano accompagnata da una tendenza iper-immaginifica con conseguenze di profonda astrazione e alienazione dalla realtà. Non la trovate su google perchè me la sono inventata adesso, però esiste sul serio! -giuro- ;)
La fisica delle particelle e l’astronomia si prestano benissimo per ammalarsi di questa sindrome fino allo stadio terminale. Con Wikipedia il contagio diventa velocissimo.
Materia oscura freddache scopro esistere in grandissime quantità in tutto l’universo!
Antimateriatutto c’ha il suo corrispondente anti e se si incontrano si annichiliscono e puff… energia
Spallazione nucleare “…La spallazione nucleare è un fenomeno che avviene naturalmente nell’atmosfera terrestre e sulla superficie dei corpi celesti a seguito dell’impatto con i raggi cosmici…” questo spiega un sacco di cose!! :D
Su flickr si trovano spesso gli affacci fotografici di istituzioni “serie”. Tipo l’archivio fotografico nazionale Olandese, del quale devo dire che -in prima battuta- colpiscono molto queste vecchie foto legate agli sport invernali (che nella mia testa -devo ammettere- hanno senso solo a partire dall’invenzione del nylon e del goretex…)
Le foto sono come il vino….
Questa è del 1938 !!!!!! Non gli hanno fatto il video solo perchè non era stato ancora inventato l'heavy metal
L'espressione racconta di quel legame difficile che c'è tra prudenza e inteligenza
Questa dimostra che gli antichi romani arrivarono ovunque
Life ha un’interessante galleria di importanti personaggi del mondo della letteratura (e dintorni) , accostati alle loro dipendenze.
La didascalia di Stephen King dice:
Nel suo libro di memorie, On Writing, King rivelò di essere stato così distrutto dal suo abuso di alcohol e droghe negli anni 80 da, ancora oggi, non ricordare di aver lavorato a molti dei suoi libri scritti in quegli anni. C’erano giorni in cui sniffava così tanto da dover scrivere con del cotone infilato nelle narici per non far gocciare il sangue sulla macchina da scrivere.